La Piccionaia - I Carrara
Presenta

 

Le Stagioni di Giacomo

dal libro di Mario Rigoni Stern pubblicato da Einaudi

Testo e regia di Titino Carrara e Carlo Presotto

Collaborazione video di Giacomo Verde

Scenografia di Mauro Zocchetta

Con Carlo Presotto, Paola Rossi e Patricia Zanco

Tecnici Pietro Zordan e Marco Cracco

Collabora per la ricerca musicale Andrea Ditta

Le musiche di Bepi De Marzi
sono state cortesemente registrate per l'occasione dal coro
"I Crodaioli" diretto dall'autore

Grazie per i contributi e gli stimoli a :
Alberto Noale, Mafra Gagliardi, Cristina Manea, Erik Sortinelli, Laura Bombana, Max Marangoni, Roberto Piaggio.

Per la ricerca materiali:
Paola Simone, Mirko Battistella, Marino Gresele (Coop. Insieme)

Laboratori di ricerca:
Scuola media "Barolini" Sede di Bertesinella,
Scuola media Leone XIII di Montecchio M.,
Corso referenti attività teatrali del Provv. agli Studi di Vicenza A.S.1998/99,
La scuola del fare di Castelfranco Veneto,
Corso di formazione professionale per tecnici teatrali Cefast Milano.

 

 


SCHEDA

Ne "Le stagioni di Giacomo" Mario Rigoni Stern racconta la storia della crescita di un bambino, suo compagno di banco. Una infanzia ruvida, in cui le difficoltà della vita quotidiana vengono suddivise tra adulti e bambini, in cui "diventare grandi" è una tappa da raggiungere presto, ma in cui il gioco e lo stupore si riprendono di forza il loro spazio ad ogni occasione.

Il libro si muove secondo lo scorrere delle stagioni, seguendo lo sguardo "bambino" del protagonista, uno sguardo in grado di dilatare il tempo e lo spazio.

"Giacomo era fatto così: a ogni cosa scoperta o trovata univa un fatto, un perché, una storia."

La scrittura di Rigoni Stern è umile e forte, come scolpita nel legno. Nel libro vengono assegnati al protagonista solo 18 aggettivi, e noi veniamo a conoscerlo attraverso le piccole grandi azioni che compie.

Procurarsi i soldi per andare al cinema, lasciare in pensiero la madre durante un temporale, preparare l'albero di Natale, giocare con Mario, innamorarsi di Irene, sciare, andare in bicicletta, arrampicarsi sugli alberi.

Il tempo a volte è veloce, a volte lento.

Giacomo fa appena in tempo a diventare grande che la sua avventura si perde, sulle vele infuocate delle nuvole, in un lungo inverno lontano da casa.

Il tempo scorre, e non lo si può fermare, come non si può fermare il battito del cuore.

Lo spettacolo segue lo sguardi di Giacomo, la sua capacità di vedere oltre la superficie delle cose, con un intreccio poetico di personaggi, racconti ed immagini.

Dopo "La storia di una gabbianella" il lavoro di Titino Carrara, Carlo Presotto, Mauro Zocchetta e Giacomo Verde, si sposta su di un altro versante del rapporto tra letteratura e teatro, al termine di un lungo percorso di ricerca condotto con la collaborazione di molti ragazzi ed adulti sui piccoli e grandi orizzonti della memoria.

Ma l'Australia è davvero dall'altra parte della terra?

E quante cose sa Giacomo?

Chi sa la classificazione del ciliegio selvatico*?


LE PAROLE DIFFICILI

Mario Rigoni Stern ama usare le parole giuste per descrivere le cose. E' difficile che lui parli di "un albero". Dirà piuttosto "un peccio", "un abete", "un larice", oppure "un faggio", "un olmo", "un ciliegio". C'è un mio amico che fa il collezionista di parole, e va spesso in cerca delle parole che non conosce, le scrive su un quaderno e poi va a vedere sul vocabolario cosa significano.

Proviamo a fare un esempio, poi continuate voi.

Coscritti: i ragazzi che partono per il servizio militare si chiamano così perché vengono "scritti" insieme su di una lista di tutti i nati nello stesso anno.

Rimboschire: piantare delle nuove piantine al posto di quelle bruciate o morte oppure al posto di un prato. Era uno dei principali lavori sull'altopiano di Asiago dopo la guerra che ci fu dal 1916 al 1918.

Recupero: andare nei luoghi dove avevano vissuto e combattuto i soldati e prendere tutto quello che si poteva rivendere. Anche questo era un lavoro importante, ma era proibito, anche perché era molto pericoloso, specialmente quando si trovavano delle bombe ancora cariche.

Obici: ci sono durante il racconto alcuni termini del linguaggio della guerra. Gli obici sono un tipo di cannone, le munizioni sono i colpi per le armi, le trincee sono dei fossati in cui nascondersi a shrapnel e a spoletta sono dei tipi di bombe per i cannoni.

Santolo: ci sono anche alcune (poche) parole che provengono dal dialetto di Asiago. Mario le ha usate quando in Italiano non c'era la possibilità di dire quella cosa precisa con un'altra parola. Il santolo è il testimone di nozze del papà, che fa il padrino al battesimo e alla cresima, si occupa dei bambini e della famiglia quando il padre non c'è. E' proprio come uno della famiglia.

Vaglia: è un modo di spedire dei soldi per posta. Arriva un foglio, si va all'ufficio postale, e loro ti danno i soldi. Ora che sono molto diffuse le banche si usa meno.

Congedarono: Quando finì la guerra e lo lasciarono tornare a casa.

Bombi: degli insetti simili alle api, ma grassi! Fanno un sacco di rumore quando volano, e fanno il nido per terra.

Biglie: delle palline di terracotta, marmo o vetro per giocare. Ci sono molti giochi con le biglie. Bisogna farseli insegnare da chi li sa…

Esame di licenza: l'esame di quinta elementare.

Narcisi: sono dei fiori bianchi e gialli.

I Banchi delle stoffe: le bancarelle, come quelle del mercato

Continuate voi, guardando sul vocabolario, oppure andando a chiedere ai genitori, o ai nonni, o a chi pensate ne sappia qualcosa.

Poi, se volete, fateci avere i vostri vocabolari. Così impariamo anche noi.

"Le Stagioni di Giacomo" c/o Teatro Astra Contrà Barche 53 36100 Vicenza astra@goldnet.it


 

Al Mario ed a tutti coloro che sanno
imprigionare un grande respiro
in una piccola storia,
come il suono del mare
nella conchiglia rimasta sulla spiaggia.

Mi ha colpito molto scoprire in un libro che racconta dell'infanzia di una persona che potrebbe essere mio nonno così tante cose che anch'io ho vissuto.
L'amicizia, il desiderio di diventare grandi, il gusto dell'avventura, l'amore, i miti del passato, il rapporto con "i grandi".
Ma mi ha colpito ancora di più, durante gli incontri del laboratorio che ha preceduto la messa in scena dello spettacolo e la gita ad Asiago, scoprire come queste cose siano ancora così vive nei ragazzi di adesso.
Certo, le forme cambiano.
Una volta Mario e Giacomo facevano si davano da fare in tutti i modi per racimolare i centesimi per andare a vedere Tom Mix al cinema, oggi ci sono game boy sempre più perfezionati (anche se li abbiamo lasciati nello zaino quando siamo andati nel bosco a trovare le tracce di una volpe e poi alle trincee del Ghelleraut)
Se ci fermiamo un momento ad ascoltare, sotto la grande mutazione che di generazione in generazione ci allontana sempre di più dai nostri nonni, continua a sentirsi il rumore del vento tra gli alberi, il suono della risacca del mare.

L'incontro con questi ragazzi ed il libro di Mario Rigoni Stern mi ha insegnato l'importanza del fermarsi, ogni tanto un momento ad ascoltare, a cercare di indovinare quei "sentieri sotto la neve", che guidano i passi del nostro affascinante viaggio tra ieri e domani.

Li ringrazio per questa esperienza, e mi dispiace un po' sapere che sarà impossibile comunicarla in tutta la sua ricchezza attraverso lo spettacolo, perché mi piacerebbe condividerla con quante più persone possibile.

Carlo Presotto


SCHEDE DI LAVORO 1 - I Nomi degli alberi

Vor viil viil jaar, bal da no' alls hat gherédet, de viichar, 's ghegrés on de khnotn o'… Molti molti anni fa, quando ancora tutte le creature parlavano, gli animali, le piante e perfino le pietre…

(da "I Racconti di Luserna", J. Bacher. E' un libro di storie raccolte sull'altopiano di Asiago nella antica lingua, parlata fino alla Grande Guerra)

Uno studioso di storie e modi di vita dei diversi popoli del mondo ci raccontano che in molti paesi non esiste una parola che assomiglia alla nostra "albero". C'è un popolo in cui albero si può dire in 450 modi diversi, a seconda della specie, se è grande o piccolo, se è secco o verde, e così via.

Mario Rigoni Stern, abita in una casa rosa ai margini del bosco cui fanno compagnia alberi diversi, ognuno dei quali racconta una sua storia.

Nel suo ultimo libro, "Sentieri sotto la neve" ha scritto che gli interessa dare parola a quelle voci che "raccontano gli eventi inauditi che appartengono al passato di tutti noi, compreso chi non c'era, ma narrano anche di luoghi dimenticati, di lingue antiche, di una fauna e di una flora in continua trasformazione, di tutto quanto insomma occorre nominare e descrivere con cura affettuosa perché esista ancora, e per sempre."

Quello che vogliamo raccontare con questo spettacolo è proprio quella cura affettuosa con cui Rigoni Stern da nome alle cose.

Come Giacomo, che era fatto così:

ad ogni cosa trovata o scoperta univa un fatto, un perché, una storia.

Quando Giacomo è in Terza elementare, la maestra Elisa fa portare a tutti i ragazzi un ramo d'albero diverso, per imparare a riconoscerli.

Ci piacerebbe far venire a chi ha visto il nostro spettacolo la curiosità di sapere come si chiamano gli alberi.

E per farlo bisogna chiedere ai grandi, ai genitori, ai nonni… e quando sapremo chiamare le piante con i loro nomi, forse potremo anche sentire le loro voci, e le storie che ci raccontano, della vita, del tempo, della trasformazione e del continuo scorrere delle stagioni.

 

 

 


SCHEDE DI LAVORO 2 - Attori e spettatori a confronto

Quando viaggiando per l'Italia arriviamo in un teatro, prepariamo le nostre cose ed aspettiamo gli spettatori, ogni tanto ci chiediamo chi si aspetteranno di incontrare. E così, dato che siamo curiosi abbiamo proposto ad alcuni amici un gioco:

Quindici giorni prima dello spettacolo ragazzi ed attori rispondono a queste domande "per iscritto".

Domande agli spettatori:

Quanti spettacoli di teatro hai visto in vita tua?
Cosa fa il teatro?
Che età avranno gli attori de "Le stagioni di Giacomo"?
Puoi elencare tre libri che gli attori hanno letto?
Dove sono andati in vacanza gli attori quest'anno?
Dove andranno gli attori dopo essere stati a (dove abiti tu)?
Perché gli attori raccontano questa storia?

Domande agli attori:

Quanti spettacoli di teatro hai fatto in vita tua?
Cosa fa il teatro?
Sei già stato a (dove abitano i ragazzi)?
Puoi elencare tre libri che i ragazzi hanno letto?
Dove sono stati i ragazzi in vacanza quest'anno?
Cosa faranno i ragazzi il giorno dopo lo spettacolo?
Perché racconti questa storia?

Il giorno prima dello spettacolo i ragazzi e gli attori si incontrano a scuola.

I ragazzi hanno preparato dei doni, e gli attori sono arrivati anche loro con dei regali.

Si leggono ad alta voce le risposte.

Poi la regola è: si può parlare di tutto, ma non dello spettacolo di domani. Un giudice sorveglia l'incontro, osservando tutto e scrivendo cosa si dice.

Poi si vede lo spettacolo

Tornati a casa, dopo altri quindici giorni circa, ci si scambiano delle lettere.

dicendosi cosa ci è successo durante lo spettacolo, e dopo, quando ciamo tornati a scuola, e poi a casa. (Se tu fossi Giacomo o Irene? Se Giacomo o Irene arrivassero come nuovi compagni di classe? C'è un momento dello spettacolo che assomiglia ad un tuo sogno?)


SCHEDE DI LAVORO 3 - Il tempo e la montagna

Mi sarebbe stato facile, o non tanto difficile, ricercare giornali di quel tempo, fotografie, diari, corrispondenza, libri; invece volevo che lavorasse la mia memoria, che fosse lei a ritrovare quei momenti; la mia memoria sorretta stimolata o risvegliata da ricordi nascosti ma a suo tempo ben recepiti, e anche le cose: una via, una contrada, un monte, un prato, un albero, un volto, un timbro di voce, un volo di uccelli, un temporale, una nevicata, una festa.

(Mario Rigoni Stern, introduzione alle Stagioni di Giacomo)

In quella geografia della memoria scolpita con cura affettuosa da Mario Rigoni Stern la montagna diventa una grande immagine della vita, del suo respiro che va oltre le singole esistenze.

Le vicende delle persone rifluiscono in quelle delle stagioni con le loro piogge e nevicate, in quelle degli animali e delle piante, degli oggetti.

Oggi che il tempo si frantuma in una miriade di frammenti separati tra loro, che le informazioni ci scivolano addosso in continuazione da ogni parte del mondo, che la gran parte delle cose le conosciamo perché le abbiamo viste su di uno schermo, che ci stiamo isolando sempre di più gli uni dagli altri, raccontare la montagna di Giacomo (e di Mario)significa affermare la necessità di un tempo "inutile", dedicato all'ascolto, all'esperienza, al gioco ed allo stupore.

Non ci interessano le rievocazioni del passato, ma convocare i ragazzi e gli adulti di oggi su quella stretta linea di confine che separa individualismo e comunità, uomo e natura, passato e futuro.

Forse il teatro, per la sua magia di svolgersi sempre e solo nel presente, arte scritta sull'acqua, è un gioco adatto per parlare di queste cose.

L'essenza del teatro è contenuta in un mistero chiamato il "momento presente". Il momento presente è sbalorditivo. Come i frammenti spezzati di un ologramma, la sua trasparenza è ingannevole. Quando questo atomo di tempo si apre, l'interezza dell'universo è contenuta nella sua infinita piccolezza.

(Peter Brook, La Porta aperta)


Il tempo

Troppo difficile dite voi? il tempo è un argomento astratto. Ebbene, volete che proviamo? Leggete al vostro bambino questo testo e poi ditemi se ha capito:

Il tuo cuore fa tic tac, ascoltalo, mettici la mano sopra. Conta i battiti: uno, due, tre, quattro… dopo sessanta battiti è passato un minuto. Dopo sessanta minuti è passata un'ora. In un'ora una pianta cresce di un millimetro. In dodici ore il sole nasce e tramonta. In ventiquattro ore passano un giorno e una notte. L'orologio non serve più, guardiamo il calendario: lunedì, martedì, mercoledì, giovedì, venerdì sabato e domenica. Una settimana. Quattro settimane fanno un mese: gennaio. Poi viene febbraio, marzo, aprile, maggio giugno, luglio, agosto, settembre, ottobre, novembre, dicembre. Sono passati dodici mesi, il tuo cuore fa sempre tic tac, è passato un anno di minuti secondi. In un anno passa una primavera, una estate, un autunno, un inverno. Il tempo non si ferma mai, gli orologi segnano le ore, i calendari segnano i giorni. Il tempo continua a passare e consuma tutto: riduce il ferro in polvere, disegna le rughe sul viso dei vecchi.

Dopo cento anni, in un secondo, un uomo muore ed uno rinasce.

(Bruno Munari, Arte come mestiere)


INCONTRI LUNGO IL VIAGGIO 1 - Il Pensiero Selvaggio

"Da aperta che era un tempo, l'umanità si è sempre più richiusa in se stessa. Non riesce più a vedere, al di fuori dell'uomo, altro che oggetti. La natura nel suo complesso ne risulta sminuita. Un tempo in lei tutto era un segno, la natura stessa aveva un significato che ognuno, nel suo intimo, percepiva. Avendolo perso, l'uomo oggi la distrugge, e con ciò si condanna"

(Levi Strauss, Da vicino e da lontano)

In molta della narrativa di Rigoni Stern, indipendentemente dal riferimento all'antica lingua dei padri, noi possiamo apprezzare una diversità di storie e di pensieri: ed avvertire contemporaneamente che essa rende sottilmente simili gli abitanti di queste montagne ad un'umanità primaria ed esotica, riportandoci tutti, noi e loro insieme, alle fonti stesse del nostro comune essere uomini.

Dal locale all'universale il canto di Rigoni Stern ci conduce verso un sano antidoto ad ogni eccessiva pretesa di superiorità etnica, portandoci a ri-apparentarci tutti in una specie di mito del "buon selvaggio": un uomo ideale, integrato al suo ambiente e al suo gruppo sociale, che giace sepolto dentro ai nostri cuori.

Le "Laste"

Queste lastre di pietra quadrangolari e rettangolari sporgenti dal ventre della terra sono senza dubbio la cifra distintiva e particolare del paesaggio rurale di queste parti. Un tempo quelle barriere servivano ad impedire gli sconfinamento delle pecore, ora scomparse.

Anche se mute e non incise, queste tavole marmoree ci parlano sempre dello stesso mito: quello della possibilità di continuare ad esistere nel mondo degli uomini futuri, e nella loro quotidiana vita attiva.

E tanto più in quanto formano recinti di spazi sottratti alla natura e familiarizzati, esse sono segni di pietra, segni che affermano quasi religiosamente una memoria collettiva che si vorrebbe ancor salda, e non soggetta al movimento inarrestabile che corrode le vite degli individui e con esse quelle degli organismi sociali in cui essi si trovano a vivere.

(Da "Antenati e fantasmi sull'altopiano" M.Marangon, Euroma - La Goliardica)


INCONTRI LUNGO IL VIAGGIO 2 - Una solitudine fatta di compagnia

Di Cristina Manea, animatrice del laboratorio su "Le stagioni di Giacomo" Sc.Media Leone XIII di Montecchio M. 1999

La scoperta di un silenzio carico di voci di ieri; uno sguardo curioso e forse un po' invadente in momenti di vita familiare e di comunità.

Ho la sensazione di aver spiato da fuori, dal buco della serratura, con curiosità e rispetto insieme, sentimenti di un popolo che è mio, di aver respirato i profumi di boschi, di mobili di legno e di patate sul fuoco; e ritorno con la memoria a quando mio padre mi raccontava le storie di guerra vissute da bimbo, quando un soldato venuto da chissà quale paese lontano bussava per chiedere qualcosa da mangiare alla loro casa di contadini. "...E si faceva parte di quel che c'era.".

Oppure quando mio padre mi portava in un prato dove c'è un albero grande sotto il quale ama ancora sedersi a ricordare. Questo albero si trova vicino alla casa dove viveva da bambino, una casa ora abbandonata.

"...Vedi, lì c'era una fontana, e qua c'era la porta; questa stanza era la cucina, e là in cima dormivo io con mio fratello; qui fuori era un bellissimo posto per giocare. E qui sbucava il sentiero del bosco che prendevo per andare a scuola in paese. E in questo punto veniva ad aspettarmi la mia gatta ogni sera quando tornavo dal lavoro; era selvatica, non si faceva prendere, ma mi veniva incontro e faceva la strada del ritorno con me".

E attraverso il suo racconto quella casa si anima, si popola di voci e rumori e il silenzio si trasforma, il ricordo restituisce vita alle pietre, la traccia lasciata nella memoria fa si che il vuoto diventi pieno, che la paura si muti in forza.

La solitudine diventa condizione necessaria per ridare vita alla storia.

Accettare la solitudine paradossalmente fa sentire meno soli; è accettare lo scorrere del tempo e l'avvicendarsi delle stagioni; in questo modo anche la perdita di un amico diviene un dialogo interiore ed incessante, un abbraccio invisibile.

Riappropriarmi di queste dimensioni solitarie dà un senso alla mia storia.

Solitudini temute. Solitudini cercate.

Il racconto di Rigoni Stern ha Questo senso profondamente generoso: è un solitudine fatta di compagnia.


LA PICCIONAIA - I CARRARA Storia di una compagnia di attori

Nel 1975 nasce una cooperativa teatrale con uno strano nome: "La Piccionaia". Nel gergo dei teatri, la piccionaia è l'ultimo ordine dei posti, quella specie di balcone che sta quasi sotto al tetto nei vecchi teatri con i palchi. Lì fanno il nido i piccioni, ma si trovano anche i posti che costano meno e che sono più apprezzati dagli intenditori di musica. Il suono e la voce, infatti, rimbalzando sul soffitto, si sentono meglio, come se si stesse sul palcoscenico.

La nostra compagnia prende il nome da questa vecchia parola anche perché nasce intorno ad una famiglia di attori che si tramandano l'arte da dieci generazioni, "I Carrara".

Ai Carrara il teatro piace, e piace farlo bene, e preferiscono raccontare delle storie per tutti, che possano far piangere o ridere grandi e piccoli, non serve che abbiano letto tanti libri.

Da questa tradizione di teatro popolare nasce l'idea di dedicare degli spettacoli proprio ai ragazzi, e dal 1983 la Piccionaia comincia a portare in giro, oltre agli spettacoli che si presentano di sera, anche storie scritte appositamente per i ragazzi, e spesso con la loro collaborazione.

Nello stesso tempo la compagnia gira il mondo con i suoi spettacoli di Commedia dell'Arte, il teatro con le maschere, che può essere capito in Giappone come in America, dato che gli attori parlano con la voce, ma soprattutto con il corpo.

Il gruppo che presenta questo spettacolo ha lavorato per diversi anni sulle fiabe tradizionali. Poi nel 1996 ha incontrato Luis Sepulveda ed ha realizzato uno spettacolo dal libro "Storia di una Gabbianella e del Gatto che le insegnò a volare" che è stato visto da moltissime persone in tutta Italia.

Da alcuni anni sta sperimentando l'uso della telecamera e del videoproiettore per raccontare le storie, con una tecnica inventata da Giacomo Verde, che si chiama teleracconto.

 


Epilogo IL SEGRETO DEL BOSCO VECCHIO D.Buzzati

Dopo la solitudine invernale, la casetta de La Spacca si riaprì alla vita più vecchia d'un anno (come del resto tutte le altre case) nella primavera 1926. […] " Vedrete com'è cambiato Benvenuto, non lo riconoscerete neppure " aveva detto Matteo agli abeti, per il gusto di farsi vedere bene informato. .

Invece gli abeti lo riconobbero subito: era il ragazzo dell'anno prima, lo stesso, assolutamente. […] Alle volte, senza che i compagni se ne avvedessero, Benvenuto si addentrava nella foresta. Un giorno incontrò il Bernardi. Si salutarono.

" Sei un buon figliolo " gli disse il Bernardi, mettendogli la destra su di una spalla; " peccato che anche tu te n'andrai e non ci potremo più vedere" […]

" Oh, io ci tornerò sempre al mio bosco, puoi stare sicuro"

" Sì, può anche darsi che tu venga spesso qua dentro, anche per tutta la vita. Eppure verrà un giorno, non so quando precisamente, forse tra qualche mese, forse l'anno prossimo, forse anche fra due anni[…] … ecco, tu verrai al bosco, girerai tra le piante, ti siederai con le mani in tasca, continuerai a guardarti attorno, poi te ne andrai via annoiato. "

" Ma come vuoi sapere quello che io farò? " fece Benvenuto.

" Lo so perché ne ho visti molti altri come te. […] Poi un giorno sono tornati, di primavera, per riprendere la solita vita. Ma qualche cosa non s'è più ingranato. Come se il bosco sembrasse loro diverso. […] Non riuscivano più a vederci, ecco la ragione, non udivano più le nostre voci..[…] Dimenticati si erano, completamente dimenticati.

Dimenticati di noi geni, dimenticati della voce del vento, del linguaggio degli uccelli. Pochi mesi erano bastati.

" Poveretti anche loro " continuò il Bernardi " non ne avevano colpa. Avevano finito di essere bambini, non se l'immaginavano neppure. Il tempo, c'è poco da dire, era passato anche sopra di loro e non se n'erano affatto accorti. A quell'età è naturale. A quell'età si guarda avanti, non si pensa a quello che è stato. Ridevano spensieratamente come se nulla fosse successo, come se tutto un mondo non si fosse chiuso dietro a loro. " Rimasero qui poco più di mezz'ora. Chiacchieravano tra loro senza badare per nulla al bosco e Poi uno disse : " Cosa stiamo a fare ancora? C'è un umido d'inferno" e Se n'andarono come erano venuti. Prima di uscire all'aperto uno di essi gettò a terra una sigaretta quasi finita, ancora accesa. Un mio compagno, irritato per il loro contegno, fece per metterci il piede sopra. " Lascia stare" gli dissi " questa è la regola della loro vita."

E rimanemmo in silenzio a guardare la sottile striscia di fumo, fino a che fu finita"